L’Idiozia Sativa Indica (Tedesco)

Il grande mito della cannabis: perché ‘Indica’ e ‘Sativa’ sono prive di significato

Entrate in quasi ogni dispensario del mondo e vi verrà presentata una scelta binaria.

I budtender vi chiederanno se preferite l’“Indica” per il relax e il sonno, o la “Sativa” per l’energia e la creatività.

È la regola d’oro del marketing moderno della cannabis, una scorciatoia semplice che aiuta milioni di consumatori a orientarsi in una pianta complessa.

C’è solo un problema: è scientificamente falso.

Secondo la botanica moderna e l’analisi chimica, la distinzione tra Indica e Sativa non è solo errata – è una finzione completa che non può prevedere gli effetti reali del prodotto che acquistate.

Una storia di incomprensioni

La confusione risale al XVIII secolo, molto prima che qualcuno analizzasse i profili terpenici. Nel 1753, Carl Linnaeus classificò la Cannabis sativa come una pianta alta e fibrosa proveniente dall’Europa, utilizzata principalmente per la canapa e le corde.

Decenni dopo, nel 1785, Jean-Baptiste Lamarck identificò la Cannabis indica come una varietà più corta e cespugliosa proveniente dall’India, coltivata per la sua resina psicoattiva.

Questi termini furono creati per descrivere l’architettura fisica della pianta – la sua morfologia – non il suo contenuto chimico o il suo potenziale medico.

Nel corso dell’ultimo secolo, tuttavia, il linguaggio comune si è spostato. Abbiamo iniziato a usare termini botanici per descrivere effetti esperienziali. Abbiamo supposto che, poiché una pianta aveva un certo aspetto, avrebbe anche prodotto una certa sensazione.

La scienza ha da allora dimostrato che l’altezza o la larghezza delle foglie di una pianta non hanno assolutamente alcuna correlazione con la sua composizione biochimica.

La mescolanza genetica

Anche se queste distinzioni storiche un tempo erano valide, l’intervento umano le ha in gran parte cancellate.

Secoli di coltivazione clandestina, incroci e ibridazione hanno omogeneizzato il pool genetico della cannabis.

Oggi, quasi ogni varietà sul mercato commerciale è un ibrido di pool genetici originali.

Studi genomici sottolineano questa realtà, trovando ripetutamente nessun chiaro cluster genetico che corrisponda alle etichette sugli scaffali dei dispensari. Infatti, i test genetici mostrano che i campioni etichettati come “Indica” sono spesso geneticamente indistinguibili da quelli etichettati come “Sativa”.

A ciò si aggiunge, come forse saprete, che, poiché i nomi delle varietà non sono regolamentati, l’“OG Kush” che acquistate in una città potrebbe non essere geneticamente correlato all’“OG Kush” venduto in un’altra.

La chimica dell’esperienza

In definitiva, gli effetti della cannabis non sono determinati dalla forma delle foglie, ma dal “Chemovar” – la specifica varietà chimica. L’esperienza è determinata dalla sinergia tra cannabinoidi (come THC e CBD) e terpeni (composti aromatici).

Questo è noto come “effetto entourage”.

Mappature chimiche su larga scala mostrano che le etichette commerciali non possono prevedere questa chimica. Una varietà etichettata come “Sativa” può facilmente presentare un profilo terpenico dominato dal mircene, un composto associato alla sedazione.

Al contrario, un’“Indica” potrebbe essere ricca di limonene, spesso associato alla vigilanza.

La via da seguire

Il sistema binario persiste perché è conveniente, non perché sia accurato. I ricercatori stanno ora spingendo l’industria ad abbandonare queste denominazioni arcaiche a favore di un sistema “Chemovar”.

Questo approccio categorizza la cannabis basandosi sul suo profilo metabolomico – in particolare quantificando i cannabinoidi (Tipo I, II o III) e i terpeni dominanti.

Spostando l’attenzione dal folklore alla chimica, i consumatori possono finalmente prendere decisioni informate, basate su ciò che è realmente contenuto nella pianta, anziché sul nome sull’etichetta.

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